Giugno è mese ricco di feste care ai cristiani; tra le tante spicca quella del 13:
Antonio da Padova, semplicemente invocato da tutto il mondo come il Santo.
Anche la parrocchia di Silea non fa eccezioni e, nei secoli scorsi, ha voluto
consacrargli un altare, al lato sinistro del presbiterio. Originariamente ligneo e
dedicato a san Biagio, venne ricostruito in marmo nel 1779, consacrandolo a
sant’Antonio e dotandolo di una pala, dipinta nel 1786, da Francesco da Potenza;
essa raffigura i santi Biagio, Filippo Neri e Antonio, proteso verso il bambin
Gesù mentre, in primo piano, un angelo regge l’immancabile giglio bianco.
A Silea era presente anche la scuola o confraternita del Santo: essa sostenne
gran parte delle spese (3.150 lire) per rinnovare l’altare, secondo il desiderio
del parroco di allora, don Antonio d’Incau. I lavori si svolsero nel 1919-20 e lo
scalpellino Piovesana, ristrutturando la mensa, ricavò la nicchia per collocare
la statua in legno del sant’Antonio morente acquistata, l’anno seguente, per lire
600. Dopo quasi un secolo la scultura aveva urgente bisogno di essere restaurata
e questo lo si è potuto effettuare, grazie alla generosità dei devoti, presso
la ditta Stuflesser di Ortisei, che ha riportato anche ai colori originali l’opera.
Per ricordare l’evento la parrocchia ha stampato una pagellina riproducente la
statua e il quadro dell’altare: all’interno è stato stampato il testo della più nota
preghiera al santo padovano, il Si quaeris miracula (se tu cerchi). Popolarmente
chiamato “Sequeri” dalle parole iniziali, questo responsorio, composto
nel 1233 dal beato Giuliano da Spira, musicista, poeta e confratello di
Sant’Antonio, ha dato origine alla leggenda che il santo di Padova sia invocato
per il ritrovamento degli oggetti smarriti (resque perditas), ignorando che
nella preghiera ci sono ben tredici miracoli dovuti alla sua intercessione.
Lo scrittore vicentino Luigi Meneghello così ricorda nel suo libro Libera nos a
malo, l’usanza di invocare il santo per ritrovare gli oggetti smarriti: «Era molto
potente presso di noi Sant’Antonio, persona ordinata e di buona memoria, che
faceva trovare la roba a chi la perdeva. Occorreva però un intermediario che
conoscesse bene l’incantagione necessaria a farlo intervenire. Si chiamava i
sequèri. Mia zia Lena la conosceva benone: si aggirava per la stanza recitando
“Secuèri miràcula…” e tutto il resto, con intensa concentrazione; e alla
seconda o alla terza volta Sant’Antonio era costretto a tirar fuori deàle
([ditale]), gùcia ([ago]), bùcola ([orecchino]) o tacolìn ([portamonete]).»