Il 29 settembre la Liturgia della Chiesa ricorda la festività di San Michele Arcangelo. Il
suo nome deriva dall’espressione «Mi-ka-El», che significa «chi è come Dio?» e poiché
nessuno è come l’Onnipotente, l’Arcangelo combatte tutti coloro che si innalzano con
superbia, sfidando l’Altissimo. Nella Sacra Scrittura è citato cinque volte: nel libro di Daniele,
di Giuda, nell’Apocalisse e in tutti i brani biblici è considerato «capo supremo
dell’esercito celeste», ovvero degli angeli in guerra contro il male.
Nella Tradizione Michele è l’antitesi di Lucifero, capo degli angeli che decisero di fare a
meno di Dio e perciò precipitarono negli Inferi. Michele è colui che difende la Fede, la
Verità e la Chiesa. Maria Vergine e l’Arcangelo Michele sono associati nel loro combattimento
contro il demonio ed entrambi, iconograficamente parlando, hanno sotto i loro
piedi, a seconda dei casi, il serpente, il drago, il diavolo in persona, che l’Arcangelo tiene
incatenato e lo minaccia, pronto a trafiggerlo, con la sua spada. Il suo culto è molto diffuso
sia in Oriente che in Occidente, ne danno testimonianza le innumerevoli chiese,
santuari, monasteri e anche monti a lui intitolati. Difensore della Chiesa, la sua statua
compare sulla sommità di Castel Sant’Angelo a Roma ed egli è protettore del popolo
cristiano, come un tempo lo era dei pellegrini medievali contro le insidie che incontravano
lungo la via.
Si racconta che papa Leone XIII (1810-1903), il 13 ottobre 1884, dopo aver terminato di
celebrare la Santa Messa nella cappella vaticana, restò immobile una decina di minuti in
stato di profondo turbamento. In seguito si precipitò nel suo studio. Fu allora che il Papa
compose la preghiera a San Michele Arcangelo. Successivamente racconterà il Pontefice
di aver udito Gesù e Satana e di aver avuto una terrificante visione dell’Inferno: «ho visto
la terra avvolta dalle tenebre e da un abisso, ho visto uscire legioni di demoni che si spargevano
per il mondo per distruggere le opere della Chiesa ed attaccare la stessa Chiesa
poi ho visto San Michele Arcangelo intervenire non in quel momento, ma molto più
tardi, quando le persone avessero moltiplicato le loro ferventi preghiere verso
l’Arcangelo».
Dopo circa mezz’ora fece chiamare il Segretario della Sacra Congregazione dei Riti, ordinandogli
di far stampare il foglio che aveva in mano e farlo pervenire a tutti i Vescovi
della Chiesa: il manoscritto conteneva la preghiera che il Papa dispose di far recitare al
termine della Santa Messa, la supplica a Maria Santissima e l’invocazione al Principe delle
milizie celesti, per mezzo del quale si implora Dio affinché ricacci il Principe del mondo
nell’Inferno. Tale supplica è caduta in disuso. Nessun Pontefice ha abrogato questa
preghiera dopo il Santo Sacrificio e neppure il Novus Ordo la nega, anche se dagli anni
Settanta si prese a non più recitarla, privando la Chiesa di una preziosa arma di difesa.