L’altro giorno incontrando una persona anziana di Silea mi confidò ciò che gli
era capitato il giorno precedente. Dovendosi recare a Borgo Cavalli di buon
mattino per degli esami, si servì dell’autobus di linea. Appena salita dovette
percorrere il tragitto in piedi aggrappata a uno dei pali che servono allo scopo.
Qual è il problema? I sedili erano tutti occupati da giovani studenti (di Silea),
tutti (vista l’ora mattutina) mezzi addormentati e con gli auricolari, attaccati al
cellulare, ben posizionati nelle orecchie. Assorti ad ascoltare musica, presumo,
nessuno si accorge di lei. Al ritorno trova un controllore che ascolta il suo sfogo
di un viaggio fatto in piedi col rischio di cadere. Lui le assicura che, quando
è di turno alla guida, normalmente fa alzare un ragazzo costringendolo a lasciare
il posto alle persone anziane. Semplici regole di buona educazione? Ancora:
spesso al mattino esco a prendere un caffè, e incontro i nostri ragazzi alla
fermata dell’autobus o che vi si stanno dirigendo: anche in questo caso tutti
incuffiettati e il saluto c’è solo se riesci ad incrociare il loro sguardo. Diversamente
ti sfiorano senza accorgersi che gli sei passato a fianco. Ancora: abbiamo
sentito diversi fatti di cronaca dove delle giovani persone sono morte
“solo” per non aver avvertito (sentito) il pericolo… anche queste tragicamente
prese ad ascoltare dalle cuffiette, magari con il volume spaccatimpani, il loro
cantante preferito. Mi sono posto una domanda: da dove nasce questo patologico
bisogno di estraniarsi a tal punto che le persone (o cose) vicine scompaiono
dall’orizzonte dello sguardo non solo dell’occhio, ma della testa e dal cuore?
Fin qui sembra uno sfogo dal sapore moralista un po’ datato. Però la domanda
mi torna: perché questo costante bisogno di estraniarsi? Ricerca di solitudine?
Poca voglia di “incontrarsi” con gli altri? Bisogno ostinato di isolamento
dal resto del mondo? Non mi sembrano risposte sufficienti a chiarire
questo fenomeno. Però un dato certo ce lo offrono: questo esagerato bisogno
di riempirsi di suoni, musica, rumori la maggior parte della giornata di molti
giovani, forse esprime un disagio latente più profondo e difficilmente decifrabile.
Probabilmente, e qui azzardo una ipotesi: c’è la paura (o l’incapacità) di
ascoltare se stessi. I giovani d’oggi desiderano emozioni forti, sempre più forti,
ma non sanno leggerle e darne un senso, mancano di un traduttore interiore
che le interpreti. Tutto o quasi tutto è ridotto a “emozione” ma si è incapaci di
andare oltre e dentro questo stato. Le emozioni sono una cosa bella, ma vanno
interpretate e, quando questo avviene, ci si può scoprire vulnerabili. E a nessuno
fa piacere sentirsi vulnerabile, perché segno di debolezza. E il mondo non accetta
i deboli, da sempre. Il problema è, per noi cristiani, che proprio Gesù Cristo
ha scelto la debolezza della Croce per salvarci. Allora mi chiedo: da dove nasce
la paura di mostrarci deboli?
Don Luciano