Con la messa di questa domenica delle ore 9.30 concludiamo l’anno catechistico e, via via, anche le altre attività si chiuderanno. Ne sopraggiungeranno altre. Grest, campi estivi, tornei in oratorio… Inoltre questo fine settimana è segnato dalle presenza della reliquia di san Leopoldo Mandic con cinque frati cappuccini che ci annunceranno la misericordia di Dio alla luce di questo santo straordinario confessore. Come sempre mi sono chiesto: tutte le nostre attività pastorali ci hanno ulteriormente introdotto a parlare “a” Dio oppure ci hanno parlato “di” Dio? La differenza non è da poco. Parlare di Dio, anche negandolo come fa l’ateo, non è difficile. Forse abbiamo speso tanto tempo a parlare “di” Dio, come una delle tante cose di cui spesso parliamo. Magari diciamo che è importante (Dio), ma non meno di una partita a pallone, o di tante altre cose che occupano il nostro cuore e, di conseguenza, la nostra vita. Ma difficilmente per questa strada riusciremo a diventare discepoli (cristiani). Credo sia più importante imparare e insegnare a parlare “a” Dio. La fede nasce da una relazione con quel Dio ineffabile che, se da una parte è difficile parlarne, dall’altra è impossibile tacerne la presenza. Parlare “a” Dio ci fa mettere in posizione di ascolto, di obbedienza (che dal latino significa ancora ascolto!). Abbiamo bisogno di imparare a parlare con Lui e meno di Lui. Penso allora ai tanti ragazzi che quest’anno hanno frequentato il catechismo: gli abbiamo parlato solo “di” Dio o li abbiamo introdotti a parlare “con” Lui? Nel primo caso Dio rischia di essere “cosificato” nel secondo, invece, lo abbiamo indicato come “persona vivente”. Solo con le persone si può effettivamente parlare il linguaggio umano. E Dio ha voluto e scelto Gesù come Parola del Padre, risorto sempre presente nella chiesa attraverso il dono dello Spirito Santo. La presenza di san Leopoldo in questa comunità in questi giorni non ci insegna proprio questo? Il vero santo parla poco “di” Dio, ma parla molto e spesso “a” Dio. Con l’esempio della propria vita, molto meno con le parole. Chiudo ricordando un fatto personale: durante gli anni di teologia molti professori mi parlavano “di” Dio, e ci sono stati anche molti esami dove anch’io dovevo parlare “di” Dio (=teologia). Ma parlare “a” Dio me lo hanno insegnato uomini di preghiera ed è per questo che sono diventato prete. Non principalmente la cattedra dove si insegna quindi, ma l’inginocchiatoio dove si parla “con Lui” che rende ciascuno di noi credenti.

Don Luciano