Ho pensato di leggere questo ultimo tratto di quaresima, come un tempo dove poter sperimentare la misericordiosa pazienza di Dio. Cos’è l’esodo se non cammino verso la terra promessa di un popolo che poté sperimentare la pazienza di Dio? Dio educa così: con amore paziente. Al posto di Dio noi ci saremmo stancati presto delle mormorazioni, delle infedeltà, delle rivendicazioni di quel popolo incapace di gestire, nella libertà conquistata per dono, il suo personale rapporto con Jahvè. La storia si ripete sempre: attenti e caparbi nelle nostre rivendicazioni, ma altrettanto sordi agli impegni e alla responsabilità personali e collettive e, soprattutto, ai doni di Dio. Un parrocchiano l’altro giorno mi disse che per gli italiani le tasse giuste sono solo quelle che devono pagare gli altri! Una mamma mi confidò la sua preoccupazione riguardo al mio atteggiamento usato nei confronti di sua figlia al catechismo e alla catechesi in generale giudicato, secondo lei, troppo severo. Nei giornali leggo che un ex governatore regionale condannato per corruzione (e quanti così…) riceve ancora lo stipendio di parlamentare… (qui sì ci vuole la santa pazienza degli italiani…) Si potrebbe andare avanti molto e gli esempi di presunta innocenza, di chi crede di essere nel giusto, sarebbero molti. Permettetemi un ultimo episodio: al termine di una sessione di catechismo più di qualche catechista si complimentò per l’introduzione fatta ai presenti. Cosa avevo detto di così importante? Avevo solo spiegato loro la parola “educare” che dal latino, in una delle sue interpretazioni possibili, è “tirare fuori”, cioè riuscire a far emergere dai ragazzi il meglio di sé. Poi avevo aggiunto che non si può pretendere, educando, di poter scegliere dalla persona solo il meglio, ma che è necessario accettare anche i chiaroscuri presenti in ogni persona, con pazienza. Appunto, quella pazienza che a volte manca e, mancando, si trasforma in intransigenza. Questo vale per tutti, preti compresi. Vorrei che solo per un momento ciascuno guardasse dentro di sé e con onestà riconoscesse che quello che fa e che esce dal suo cuore non è solo oro splendente ma, a volte, volgare metallo che di giallo ha solo il colore. Per un cristiano poi quello che io ho chiamato patacca si potrebbe tradurre con quella condizione di fragilità umana che arriva anche a diventare esperienza di peccato. Davanti a queste distorsioni dell’anima Dio usa tutta la sua divina pazienza. Non ci fa pagare cara la nostra infedeltà, non ci abbandona perché stanco delle nostre infantili ritrosie, non si vendica del torto subito. Usa solo la sua infinita pazienza. Ma non si stanca mai? Verrebbe da dire! No! Non si stanca mai, non perché chiuda un occhio, come faremmo noi, ma solo perché sa che solo la pazienza è in grado di offrirci quello spazio possibile per la recuperabilità di ciascuno. Questo perché la pazienza è uno dei colori nell’iride dell’amore divino. E il suo amore è “resistente”. Se poi questa parola ha la stessa radice latina del Parrocchia San Michele Arcangelo in Silea “Grandi cose ha fatto il Signore per noi. ” DOMENICA 13 MARZO 2016 V DI QUARESIMA nostro corrispettivo italiano “patire”, allora possiamo capire che la pazienza è imparentata con il soffrire (non costa a Dio la sua pazienza nei nostri riguardi?) A noi però è chiesto di riconoscerla, con umiltà e non di abusarne facendo di Dio una marionetta nelle nostre mani. Forse la poca educazione che respiriamo nei nostri rapporti nasce proprio da un uso distorto di questa virtù. Riflettiamo tutti durante questo ultimo squarcio di quaresima, perché se essere educatori si coniuga con la virtù della pazienza, almeno impariamola da Colui che ce la può insegnare, con… pazienza!

Don Luciano