Difficile trovare un ambiente familiare più disastrato di quello toccato ad Eugenia: il papà è un valente musicista, mamma è una cantante la cui bravura è almeno pari alla sua frivolezza: ama la fama, i soldi, il successo; da una tournées in Russia torna da sola, facendo credere a tutti che il marito sia morto durante il viaggio, invece era salpato per l’America insieme ad un’altra donna. Eugenia è perennemente parcheggiata dai nonni e un bel giorno viene “rapita” da mamma e costretta ad andare a vivere a Milano, in casa del suo convivente: quì cresce bella, intelligente, artisticamente dotata, con mamma che sogna per lei un futuro da cantante lirica, mentre deve difendersi dalle continue avances del patrigno. Le liti in casa sono all’ordine del giorno ed Eugenia esce esasperata dal clima teso che si respira in famiglia e con il resto della parentela. Un inaspettato momento di luce le arriva sui 19 anni, al culmine dell’ennesima lite familiare, in un momento di preghiera che è quasi un grido di disperazione, davanti al quadro posto al di sopra del suo letto: quasi una lama di luce che la trapassa e le fa ardentemente desiderare la santità. Se sull’autenticità della sua vocazione nessuno nutre dubbi, più incerta è la scelta della congregazione in cui attuarla. Prudentemente, le Orsoline, troppo vicine alla sua abitazione dove si continua ad avversare il suo ingresso in convento, la dirottano sull’ancor giovane congregazione delle Piccole Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria di Parma, dove arriva dopo essere fuggita di casa con l’aiuto dei parenti di papà. Semplice, umile, fedele e generosa serve la congregazione: prima come insegnante nel Convitto, poi come maestra delle novizie; successivamente viene eletta Superiora generale e rimane in carica fino alla morte. Fa voto di compiere con perfezione serena e tranquilla i suoi doveri di Superiora, e i risultati si vedono. Mentre, forse ricordando l’esperienza della sua adolescenza, si preoccupa molto per la formazione della donna e per l’inserimento delle ragazze nel mondo lavorativo, durante la Prima Guerra spalanca le porte della Congregazione per soccorrere i militari e gli orfani dei Caduti. Dalla contemplazione dell’Eucaristia nasce il programma della sua vita di religiosa: “Come Gesù ha scelto il pane, cosa tanto comune, così deve essere la mia vita, comune… accessibile a tutti e, in pari tempo, umile e nascosta, come è il pane”. Il suo fisico è minato dalla tisi ossea, con dolori lancinanti in mezzo ai quali continua a sorridere, spiegando che “se Eucarestia significa rendimento di grazie si può ringraziare solo con il sorriso”. Subisce l’amputazione di una gamba, ma continua dalla sedie a rotelle il suo generoso servizio di Superiora generale, fino alla morte, che sopraggiunge ad appena 54 anni.