Giuseppe Moscati, originario di Benevento ma napoletano d’adozione,
segnato dalla malattia del fratello e dalla morte del padre, consegue la
laurea in medicina con il massimo dei voti: università e ospedale furono
i campi del suo lavoro, mai disgiunti ad atti eroici, profusi verso la popolazione
napoletana in occasione delle periodiche epidemie o dell’eruzione
del Vesuvio. Le malattie e le miserie fisiche e spirituali erano sempre
in cima ai suoi pensieri, perché i malati, diceva, «sono le figure di
Gesù Cristo, anime immortali, divine, per le quali urge il precetto evangelico
di amarle come noi stessi» . La fama di Moscati come maestro e
come medico era indiscussa. Non era però la sua metodologia scientifica,
né le azzeccate diagnosi a suscitare la meraviglia in chi lo avvicinava:
era la sua stessa personalità, la sua vita coerente, tutta impregnata
di fede e di carità verso Dio e verso gli uomini. In un momento di particolare
sofferenza fisica e di calunnie ricevute da parte di colleghi da lui
beneficiati, scrisse per se stesso. «Ama la verità; mostrati qual sei, e
senza infingimenti e senza paure e senza riguardi. E se la verità ti costa
la persecuzione, e tu accettala; e se il tormento, e tu sopportalo. E se
per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, e tu sii forte nel
sacrificio». Rinunciando al matrimonio visse la professione medica come
missione, vedendo nei suoi pazienti il Cristo sofferente. Fu l’esempio
d’amore generoso e incondizionato del Figlio di Dio che spinse Moscati a
prodigarsi senza sosta per chi soffriva, a cercare i malati nei quartieri
più poveri, curarli gratuitamente, anzi a soccorrerli con i suoi propri
guadagni. Esortava anche i propri innumerevoli allievi: «Perseverate
nell’amore alla verità, a Dio che è la verità medesima, a tutte le virtù e
così potrete espletare il vostro esercizio professionale come una missione
» . In mezzo a tanto lavoro, dopo aver cominciato la giornata, come al
solito, con la Comunione e qualche visita agli ammalati, il 12 aprile
1927 si adagiò sulla poltrona e poco dopo incrociò le braccia sul petto e
spirò serenamente. Aveva 46 anni e 8 mesi; il 25 ottobre 1987 è stato
canonizzato da Papa Giovanni Paolo II.